In occasione della Giornata Europea per l’Uso Consapevole degli Antibiotici (European Antibiotic Awareness Day) che si celebra il 18 novembre, per la rubrica ‘La Scienza nella Letteratura e nell’Arte’ vi raccontiamo una storia sconosciuta fino a qualche tempo fa e salita alla ribalta delle cronache grazie a un recente testo di Tiziana Lupi dal titolo “Il Nobel mancato – Vincenzo Tiberio, l’italiano che scoprì gli antibiotici”.
Il libro, agile e dalla veloce lettura, riporta la vita del medico Vincenzo Tiberio attraverso i suoi diari, messi a disposizione dell’autrice dai nipoti del protagonista. Tiberio nacque nel 1869 a Sepino in provincia di Campobasso, si laureò in medicina all’Università di Napoli e divenne ufficiale medico della Marina Militare Italiana in un momento storico che vide il nostro Paese impegnato sul fronte di diversi conflitti, dall’invasione della Libia fino alle soglie del primo conflitto mondiale.
Esattamente come Alexander Fleming una trentina di anni più tardi, anche Tiberio fece la sua scoperta, per cui oggi lo ricordiamo, quasi per caso. Nel cortile della casa di Napoli dove viveva c’era un pozzo da cui le persone attingevano acqua. Tiberio notò che, quando questo era periodicamente ripulito, rimuovendo le muffe che ne coprivano le pareti, la popolazione incorreva in infezioni intestinali anche gravi. Al contrario, man mano che il pozzo si ricopriva nuovamente di muffe, i problemi di salute degli abitanti scomparivano. Con metodo prettamente scientifico, il medico raccolse campioni dal pozzo, preparò estratti da quelle muffe (Penicillium e Aspergillus) e notò che erano dotati di proprietà antibiotiche contro il bacillo del tifo e il vibrione del colera, batteri che all’epoca mietevano vittime soprattutto tra i bambini e le persone debilitate. Ancora più innovativa per quei tempi fu la scoperta che gli estratti delle muffe erano dotati di attività chemotattica e stimolavano la leucocitosi in animali da laboratorio. Tiberio pubblicò le sue scoperte nel 1895 con il lavoro sugli estratti di alcune muffe sulla rivista Annali d’Igiene Sperimentale ma la sua ricerca rimase purtroppo confinata a quell’articolo perchè la vita lo portò altrove, imbarcato sulle navi della Marina Italiana nel ruolo di ufficiale medico.
Durante il servizio a bordo, Tiberio dovette fronteggiare diverse infezioni tra i marinai, casi di beri-beri (la malattia dovuta a carenza di vitamina B), la gestione dell’alimentazione e dell’igiene per scongiurare il più possibile i rischi di colera. Dal 1904 fu anche medico degli emigranti e, in questo ruolo, accompagnò molti italiani verso il Nord e il Sud America alla ricerca di migliori condizioni di vita. In seguito al devastante terremoto di Messina del 28 dicembre 1908, Vincenzo Tiberio fu inviato in Sicilia a bordo di una nave militare per contribuire al soccorso delle popolazioni. Infine, seguì l’esercito italiano in Libia, nella campagna coloniale promossa dal governo Giolitti nel 1911. In quella sede, il medico si adoperò per promuovere la vaccinazione antitifica presso la base navale di Tobruk utilizzando (e qui troviamo un inaspettato collegamento con Siena) il vaccino Sclavo proveniente dall’Istituto Vaccinogeno Toscano. Nel testo di Tiziana Lupi, la storia professionale di Vincenzo Tiberio si intreccia con la sua vicenda umana: un amore profondo lo portò alle nozze con la cugina Amalia Graniero, relazione inizialmente ostacolata dalla consanguineità, da cui nacquero tre figlie. Nei suoi diari è rimasta traccia del suo iniziale tormento, della gioia provata con il matrimonio, della preoccupazione ogni volta che la moglie aspettava un bambino nonché della nostalgia della casa e della famiglia quando il dovere lo costringeva lontano anche nei giorni di festa. Dopo tanti viaggi in nave fu finalmente trasferito presso ospedali militari, prima a Venezia e poi a Napoli, dove un infarto lo colse il 7 gennaio 1915, poco prima che l’Italia entrasse in guerra.
Tutto questo racconto per sottolineare la necessità di promuovere un uso consapevole degli antibiotici. Lo stesso Fleming, che scoprì la penicillina nel 1928 e fu per questo insignito del premio Nobel per la Medicina nel 1945, durante il discorso di fronte alla corte reale svedese ammonì come segue: “The time may come when penicillin can be bought by anyone in the shops. Then there is the danger that the ignorant man may easily underdose himself and by exposing his microbes to non-lethal quantities of the drug make them resistant” (verrà un tempo in cui la penicillina potrà essere acquistata da chiunque in un negozio. Ci sarà quindi il rischio che l’uomo ignorante la utilizzi a basse dosi esponendo i microbi a dosi non letali rendendoli resistenti). Un monito valido ancora oggi e che ci ricorda il dovere di noi tutti nel contrastare la cosiddetta “pandemia silente” rappresentata dai batteri resistenti agli antibiotici.


