Per la rubrica “La Scienza nella Letteratura e nell’Arte” raccontiamo “I ricordi dell’acqua” della scrittrice turca Elif Shafak. La storia, o meglio, le storie che si intrecciano nel testo sono abbastanza semplici e, per certi versi, verosimili nella loro drammaticità: un ragazzo povero (Arthur) nato in riva al Tamigi nella Londra del diciannovesimo secolo che, grazie allo studio e ad una determinazione di ferro, migliora il suo stato sociale e arriva a conquistare posizioni di prim’ordine; una donna (Zaleekhah) della Londra di oggi che vive una crisi nella sua vita e decide di dare una svolta alla sua esistenza andando a vivere in una barca sul Tamigi; una bambina (Narin) appartenente al gruppo religioso degli yazidi che vive sulle rive del Tigri e sperimenta sulla propria pelle il dramma della guerra e dello sterminio delle minoranze ad opera di fanatici. Tutto è guidato, unificato e quasi purificato dall’acqua, oltre che raccontato con fine poesia dall’autrice che riesce a far immedesimare il lettore nella vicenda.
Un libro che parla anche di scienza. Il primo spunto scientifico lo troviamo nella Londra del diciannovesimo secolo ed è connesso alla storia di Arthur: è il primo studio di epidemiologia moderna da parte del dottor John Snow (1813-1858) durante un’epidemia di colera. Snow, mappando i casi di colera in città, individua in una pompa dell’acqua, quella di Broad Street, la causa della diffusione così massiccia della malattia. Insistendo non poco con le autorità competenti, Snow riuscirà a far chiudere quella pompa, mettendo così fine ad un flagello tremendo che decimò la popolazione del tempo. La verità storica si intreccia con quella romanzata di Arthur, il cui fratello perderà la vita a causa di quell’epidemia di colera, e si ricollega alla fine tragica dello stesso protagonista che si arrenderà al colera presso Ninive.Come siamo finiti a Ninive? Arthur è straordinariamente determinato a comprendere il cuneiforme, la scrittura degli assiri e dell’Epopea di Gilgameš, che lui per primo tradurrà leggendo le tavolette di argilla del British Museum fino a diventarne il massimo esperto. Ebbene, Arthur intraprende un lungo viaggio che lo porta a Ninive per trovare le tavolette di argilla che mancano alla collezione londinese.
Il secondo spunto scientifico è l’archeologia, le ricerca di tracce del passato, la decifrazione delle scritture antiche, la ricostruzione di un mondo che non esiste più ma che ha lasciato impronte profonde nella nostra cultura e nella nostra civiltà. Questa è la vita reale, e per niente romanzata, di George Smith, archeologo e assiriologo, traduttore del racconto del diluvio nell’Epopea di Gilgameš, letto di fronte al primo ministro inglese William Gladstone. Smith visse tra il 1840 e il 1876 e l’autrice del nostro romanzo ne narra le vicende tramite il personaggio di Arthur.
Intanto, proprio a Ninive e dintorni si snoda la vita da bambina di Narin: insieme alla nonna raggiunge il Tigri, fiume sacro per gli yazidi, e trova sulla sua strada la follia dell’ISIS. Ne diventerà prigioniera e il suo futuro sarà segnato da quell’esperienza finché incrocerà sul suo cammino Zaleekhah che, guidata dal filo rosso dell’acqua e delle tavolette di argilla, la incontrerà presso la tomba di Arthur e la riscatterà da un destino tremendo. Qui troviamo il terzo rimando scientifico: le storie della nonna di Narin parlano di acqua, di fiumi sacri, di battesimo nelle loro acque, di diluvio universale agli inizi del mondo, di invenzioni di un famoso matematico e ingegnere di nome Al-Jazari (personaggio reale che visse in Mesopotamia nel tredicesimo secolo) che ideò e costruì automi e macchine pionieristiche che trasportano acqua.


