Oggi le incursioni della scienza nell’arte ci portano a raccontare le rappresentazioni artistiche di una malattia, come la peste. Partiamo da un dipinto dell’artista contemporaneo Stefano Chiappalone intitolato “La dottoressa della peste”. L’opera rappresenta una figura femminile con indosso la maschera tipica dei “medici della peste” di epoca medievale.
Chiappalone restituisce un’immagine quasi eterea, ben lontana dalle tinte fosche associate a quei medici in cui si riponeva l’unica possibilità di guarigione da una malattia terribile che il più delle volte non lasciava scampo. Oggi sappiamo che la peste è un’infezione batterica, causata da Yersinia pestis, e può essere curata con un opportuno e tempestivo trattamento antibiotico. Nel medioevo si riteneva che il contagio fosse veicolato da non meglio precisati miasmi presenti nell’aria. Da qui la figura del medico della peste, dall’aspetto spesso lugubre, che sembrava annunciare più la morte che una speranza di cura e di vita, e caratterizzò i periodi della nostra Storia in cui si registrarono pestilenze che decimarono le popolazioni. Il medico si presentava dal malato con un lungo mantello nero, un bastone e una maschera appunto, dotata di un becco ricurvo contenente erbe aromatiche che si riteneva proteggessero il dottore dal contagio. La figura del medico della peste si ritrova in diverse rappresentazioni, trattati e persino poesie dei secoli XIV – XVIII, finché l’avanzare della conoscenza e della ricerca scientifica non la fecero cadere in disuso. Tale fu comunque l’impatto sul popolo che il costume del medico della peste entrò anche nel carnevale veneziano come una delle maschere più conosciute e popolari.
Venezia ci riporta a un romanzo di Marina Fiorato, “The Venetian contract”, dove si racconta proprio di una pestilenza arrivata nella città lagunare a bordo di una nave proveniente da Costantinopoli, allora capitale dell’Impero Ottomano. La vicenda, ambientata nel 1576, si svolge attorno a due figure, quella di un medico veneziano chiamato a prendersi cura degli infetti, e quella di Feyra, giovane interessata alle scienze fuggita dal destino di concubina del sultano. Sullo sfondo, la costruzione della Basilica del Redentore su progetto di Andrea Palladio, voluta dal Doge per chiedere l’assistenza divina nel dramma della pestilenza e che ancora oggi si può ammirare a Venezia.
Parlando di peste non possiamo non citare Alessandro Manzoni e “I promessi sposi”. La peste di Milano del 1630, associata alla discesa delle truppe lanzichenecche dal canton Grigioni e dalla Valtellina, è protagonista di almeno due capitoli del romanzo e contribuisce a delinearne l’intreccio consentendo all’autore di inserire digressioni di rara poesia, come l’episodio della madre di Cecilia. I lettori ricorderanno sicuramente lo smarrimento e l’angoscia di Don Rodrigo quando scopre il bubbone, segno distintivo della malattia, il suo trasferimento al lazzaretto dove gli appestati erano, per quanto possibile, assistiti, i monatti, che raccoglievano i moribondi e i morti sui loro carri, gli untori, coloro che si riteneva diffondessero il morbo spalmando unguenti contaminati su oggetti di uso comune. Manzoni fu colpito a tal punto da questi ultimi che, nella prima versione del suo romanzo, il Fermo e Lucia, inserì una digressione poi stralciata e divenuta la Storia della Colonna Infame, che racconta la storia vera del processo e della condanna a morte di persone innocenti, giudicate responsabili della diffusione della peste, di cui una lapide esposta al Castello Sforzesco di Milano ne conserva la memoria.
Scienza, medicina, letteratura e arte si intrecciano da sempre. Forse perchè fare scienza richiede a volte la creatività di un artista e il pensare un po’ fuori dagli schemi. E, d’altro canto, gli artisti traggono ispirazione da quelle storie affascinanti che gli scienziati svelano esplorando la natura che ci circonda.


